
Perché sto provando ad andare in FIRE a 46 anni
Questo non è un tutorial su come diventare finanziariamente indipendenti, e non è nemmeno il racconto di chi ce l’ha già fatta e, dal divano della libertà, spiega agli altri come arrivarci. È l’inizio di un percorso che sto facendo adesso: ho quarantasei anni, vivo in Italia, e sto cercando di costruire abbastanza libertà economica da poter scegliere — intorno al 2034 — se continuare a lavorare o no. Il 2034 è un obiettivo, non una promessa; lo ripeterò, perché è il contratto di questo blog.
Il mio non è il FIRE da manuale, quello che punta a vivere dei rendimenti senza intaccare il capitale. Il mio è un FIRE a esaurimento — Basta che Bastino, dopotutto: consumare, con metodo, il patrimonio nel tratto che mi separa dalla pensione di Stato — e poi vivere da pensionato, con un tenore più quieto. Sul perché di questa scelta, su quanto serve e su come funziona quel tratto ci tornerò; ma la premessa di questo percorso (“vivere di rendita consumando il capitale”) ci tengo a dichiararla fin da subito.
Scrivo in forma anonima. Sui soldi e sulle decisioni cercherò di essere trasparente quanto serve a capire il percorso; su ciò che mi renderebbe riconoscibile, no. Non è un dovere accontentare ogni dubbio o ogni sospetto: è un dovere non inventare. Magari leggete queste righe e nel frattempo state pensando per il vostro futuro a qualcosa di simile — magari non da venticinquenni che sognano il FIRE a quarant’anni, ma da metà carriera, con famiglia e un calendario che non è più di gomma: allora magari vi sarà utile seguire e confrontare, o fare domande. Vedremo insieme cosa succede.
Su FIRE, early retirement e finanza personale non manca materiale, e parte di quello che esiste è davvero ottimo. In italiano ci sono voci come The Bull, Mr. RIP, il professor Coletti; in inglese il panorama è ancora più ampio e spesso di altissima qualità — per dire due nomi che mi stanno a cuore: Tawcan, in Canada, che racconta in tempo reale un percorso fino al retirement e oltre, con molte similitudini a quello che sto pensando di fare io e Monevator, nel Regno Unito, fitto di ragionamenti sul retirement. Per non parlare di Pensioncraft.
Non sono qui per sostituirli, né per dire che qui troverete più informazioni. Se vi interessa soprattutto la parte tecnico-finanziaria, o un diario di chi ci è già riuscito in un altro paese, farete bene a cercarli: lì trovate cose che questo blog non pretende di essere. Qui cerco uno spazio ancora poco coperto — un percorso in corso, a metà carriera, scritto in italiano e appoggiato alla realtà italiana (fisco, fondi pensione, RITA e pensione di Stato), con i pro e i contro che ci portiamo dietro. Non una guida universale. Un esempio di vita costruita qui.
Questo primo pezzo risponde a una sola domanda: perché proprio ora? Perché a quarantasei anni mi sto mettendo in testa di non lavorare fino alla pensione di Stato?
Arrivare a un’idea tardi non è lo stesso che essere in ritardo: è un’altra cosa, e significa che il tempo rimasto conta subito, senza i margini che avreste avuto a trent’anni. Non mi sento né avanti né indietro rispetto a un calendario ideale. Mi sono messo a pensare seriamente a questa cosa da relativamente poco, e arrivarci ora ha un effetto semplice e scomodo: non posso sprecare tempo. I trade-off pesano subito — quanto si spende in famiglia oggi e quanto si accumula per domani, e come si tiene in piedi un piano senza trasformare gli anni presenti in un digiuno in nome del futuro — e su quella bilancia familiare tornerò, perché merita spazio suo, non una parentesi. Se ci fossi arrivato prima, i numeri sarebbero stati diversi, e forse anche le scelte; non lo so, e non mi interessa inventare un passato parallelo. Guardando i conti che sto facendo oggi, l’equilibrio mi sembra quello corretto — o almeno il più plausibile — ma la realtà dovrà confermarlo anno per anno: non è una sentenza, è un’ipotesi da tenere in piedi.
Non sto scappando da un lavoro che odio. Lavoro, guadagno abbastanza bene da rendere questo percorso possibile, e il mestiere — con le sue scadenze e le sue assurdità — non è “tremendo”, né il nemico della storia. Se raccontassi il FIRE come fuga da un inferno quotidiano, mentirei; e sarebbe anche una storia più facile da vendere. Aver un lavoro gestibile e ben remunerato non è, però, un argomento morale per restare fino alla pensione di Stato; il punto è un altro: non voglio che gli anni migliori della vita finiscano consumati nell’attesa di una pensione che arriva tardi — troppo tardi per certe cose, abbastanza tardi da rendere il “dopo” un premio incerto.
Il motore vero, sotto i fogli di calcolo, è questo: tempo e salute. Non ho voglia né interesse a lavorare fino a sessanta e passa solo perché “così si fa”, anche se il lavoro non mi dispiace del tutto — non ho più tempo da regalare a quell’attesa. La libertà non può essere soltanto il premio in fondo alla carriera — quello che arriva quando forse non c’è più la stessa energia per usarla. È una priorità di vita, non un hobby finanziario; i fogli di calcolo vengono dopo, e servono a capire se la priorità è sostenibile, non a inventarla. Ha un costo — in contributi non versati, in pensione futura — e quel costo andrà mostrato, non nascosto; ma non è un argomento contro.
L’obiettivo oggi è circa il 2034: avrò intorno ai cinquantaquattro anni. Non è l’età giusta in sé, né un compleanno sacro; è quello che esce dai conti quando cerchi un punto di equilibrio — abbastanza anni di lavoro alle spalle da tenere in piedi il tratto fino alla pensione di Stato, abbastanza anni di libertà davanti da non averli rimandati tutti. Potrebbe essere un paio d’anni prima o dopo: non so se e quando “scapperò” dal lavoro, so però che voglio massimizzare la probabilità di un retirement sostenibile, non indovinare la data perfetta. Il 2034 può avvicinarsi o allontanarsi, e può anche smettere di essere desiderabile, un giorno; quello farà parte del racconto — e su cosa significa davvero quella data tornerò in un pezzo dedicato.
Una finestra che altrimenti non c’è
C’è anche un motivo di famiglia, e non è un dettaglio. Con la mia compagna c’è una differenza di età di quasi dieci anni. Non è l’unica ragione del progetto — senza di essa avrei prima o poi preso una decisione simile — ma l’ha velocizzato e reso più urgente: con tempi “normali” (un FIRE più tardi, o solo la pensione di Stato) rischiamo di non avere mai una fase in cui entrambi siamo fuori dal lavoro e possiamo usare quegli anni insieme.
L’immagine concreta non è uno slogan; è poterci spostare: non dover restare per forza dove siamo, vivere in un altro Paese come base e da lì viaggiare o dedicarci ad altro. Quella è la finestra piena — la sovrapposizione che i calendari standard non regalano. È anche un’ipotesi di vita ancora poco esplorata nei dettagli — fiscalità e sanità, legami, cosa si guadagna e cosa si lascia — e ci tornerò con pezzi dedicati; qui basta l’immagine.
Prima, però, c’è una finestra intermedia. Lei, per età e per alcuni eventi futuri (mutuo che finisce, scelte di lavoro), potrebbe uscire alcuni anni prima di me. In quel periodo lei prenderà le misure con una vita nuova; io, ancora al lavoro, potrò osservare — e in parte imparare da lei — come si reimposta il quotidiano quando lo stipendio non è più l’asse di tutto. Una prova generale, mentre il piano si completa. Non sto comprando solo “non lavorare”: sto cercando di comprare anni sovrapposti di libertà, in salute, con la persona con cui voglio passarli.
Sto provando, non sto garantendo. Se arriverò al 2034 con l’età prevista ma senza il capitale previsto, la regola è semplice e scomoda: si continua a lavorare. Non perché “non si possa” restare impiegati — si può — ma perché ogni anno in più costa un anno di finestra insieme. Al contrario, se dovessi arrivare ad avere il capitale ma senza più voglia di andare in FIRE (improbabile, lo so, ma fa parte della vita), il progetto dovrà essere ripensato lo stesso. Il contratto con chi legge è questo: sincerità sul percorso e numeri quando servono — nessun lieto fine inventato in anticipo.
C’è un ultimo nodo, e qui lo nomino soltanto. In Italia smettere di lavorare prima della pensione di Stato non è un argomento neutro: spesso è strano, a volte è sospetto. “Che lavoro fai?” seguito da “niente” non è una risposta facile da dare a tavola. Dire che vorreste vivere del capitale — o consumarlo con metodo — urta un riflesso collettivo fatto di incredulità e di sospetto: a sessant’anni qualcuno ancora capisce; a cinquantaquattro già meno; e a quarantasei, a parlarne soltanto, ancora meno. E’ un concetto delicato; merita spazio proprio, e lo troverà.
Per ora resta la domanda con cui ho aperto. Perché a quarantasei anni? Perché non voglio regalare tutti gli anni buoni all’attesa di chissà che cosa, e perché c’è una finestra di vita insieme che i calendari normali non regalano. I conti, oggi, dicono che forse si può — e “forse si può”, per me, vale la pena di provarci in pubblico.
Il 2034 è un obiettivo, non una promessa. Da qui si parte.
Se, avendo letto fino a qui, vi scoprite interessati — o se volete anche solo vedere come andrà a finire, magari per prendere spunto, magari anche solo per “gufare” — rimanete sintonizzati: sarà una lunga passeggiata.
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